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Colloqui di lavoro: gli interrogativi illegittimi ai quali una donna può rifiutarsi di rispondere


«Se la ricerca di lavoro fosse un oggetto, sarebbe una scala e il colloquio il primo gradino per raggiungere la vetta più alta» così cita il blog della agenzia multinazionale Adecco che si occupa di collocamento di personale e gestione delle carriere.

Ma quanto costa ad una donna salire su questo primo gradino?


La prassi:


È noto ai più, che spesso, nelle interviste di lavoro, si segue una prassi e si sottopongono delle domande standard che chiedono al candidato di presentarsi, di elencare i suoi pregi ed i suoi difetti, i suoi punti di forza, la sua storia lavorativa e come immagina la sua vita in un futuro prossimo. Ma a quante donne è capitata almeno una volta la domanda: “Ha intenzione di sposarsi o fare figli”?

Per conoscere i suoi diritti può riferirsi ai seguenti Articoli di Legge:


  • L’Art. 27 del Codice delle pari opportunità: Il Codice delle pari opportunità, in vigore dal 2006, vieta «qualsiasi discriminazione per quanto riguarda l’accesso al lavoro, in forma subordinata, autonoma o in qualsiasi altra forma, compresi i criteri di selezione e le condizioni di assunzione», nonché la promozione «a tutti i livelli della gerarchia professionale».

In particolare, il Codice vieta che tale discriminazione venga attuata:

  • attraverso il riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia o di gravidanza, nonché di maternità o di paternità anche adottive;

  • attraverso meccanismi di selezione che prevedano come requisito professionale l’essere uomo o donna, se l’appartenenza ad uno o all’altro sesso è essenziale alla natura del lavoro o della prestazione.

Quanto detto non è valido solo per il colloquio e per l’assunzione, ma anche per le iniziative in materia di orientamento, formazione, perfezionamento, aggiornamento e riqualificazione professionale, compresi i tirocini formativi e di orientamento.

Questo significa che non è lecito chiedere ad una donna se ha intenzione di fare figli e non è legale fare la selezione del personale sulla base dell’orientamento sessuale, sullo stato matrimoniale o sulla possibilità che una lavoratrice possa restare incinta durante il rapporto di lavoro.

  • L’Art. 37 della Costituzione:

«La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. ...».


La risposta:


Purtroppo, nonostante gli espliciti divieti legislativi, capita molto spesso di trovarsi in simili situazioni, occorre quindi arrivare preparati ed essere ben consapevoli del proprio valore e dei propri diritti. Per chi dovesse sostenere un colloquio in dolce attesa, non c’è l’obbligo di far sapere la propria condizione: la Cassazione in una recente pronuncia (sentenza 13692/2015), ha confermato la propria posizione (Cassazione, sentenza 9864/2002) secondo cui una donna incinta non è tenuta a comunicare prima dell’assunzione il proprio stato di gravidanza.

“Il consiglio però è essere chiari perché una mancata comunicazione può minare la fiducia nella nuova risorsa e le basi della nascente collaborazione”.


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